Umbria Bianco Igt




Schede tecniche 2006
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Montefalco Sagrantino
Montefalco Sagrantino


Montefalco Sagrantino Angerona

 L’area di produzione del Montefalco Sagrantino è rappresentata dall’intero territorio del comune di Montefalco e parte del territorio dei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria, tutti comuni della provincia di Perugia. La tradizione vinicola di questa terra ha origine nel Medioevo grazie ai monaci benedettini che, con la loro opera, bonificarono queste terre impiantandovi alcuni dei più antichi vitigni umbri, ma anche vitigni che essi stessi importarono dalle terre del Medio Oriente, Libano e Asia Minore almeno  secondo alcuni studiosi. Sul Sagrantino le ipotesi sono diverse alcuni, infatti, lo ritengono importato dai primi frati francescani che lo diffusero nelle terre circostanti, altri invece, lo considerano proveniente dalla Spagna, se non addirittura introdotto in Italia dai Saraceni. Nel Rinascimento i vini prodotti in questa zona erano così apprezzati che venivano serviti alle ricche mense dei Papi e dei nobili dell’epoca. Nei secoli successivi la loro fama rimase inalterata, anche se spesso confinata nel ristretto ambito locale, finché, nel 1980, con il riconoscimento della Doc e successivamente, nel 1992, con la Docg, anche per questi vini si sono presentate opportunità di successo commerciale tanto sul mercato italiano che su quello estero. Anche se attualmente nel Sagrantino prevale la versione “secco”, il vino è nato come “passito”. L’uvaggio è assolutamente monovarietale, quindi 100% Sagrantino, per una resa massima d’uva di 80 ql/ha, e una resa massima dell’uva in vino al 65%. Il coefficiente di acidità minima deve essere pari 5,0 grammi per litro, e la quantità di alcol minimo non deve essere inferiore ai 13.00 gradi %. L’affinamento (elevage) è una delle caratteristiche peculiari del Sagrantino di Montefalco. In totale deve affinarsi per 30 mesi (contati dal 1º dicembre), di cui almeno 12 in legno. Per essere immesso al consumo, il Sagrantino di Montefalco (secco) deve corrispondere alle seguenti caratteristiche: alla vista deve avere un colore rosso rubino molto intenso, con possibili riflessi violacei (sempre più tendenti al granato con l’invecchiamento); all’olfatto deve avere un profumo delicato e particolare, con sentori di more; infine, deve avere un sapore asciutto e armonico. L’estratto secco netto minimo deve essere al 26 per mille. Il Montefalco Sagrantino secco lega benissimo con i vari tipi di carne, dal manzo al suino, dal capretto all’agnello, valorizzando anche i piatti tipici della cacciagione. Temperatura di degustazione 18-20°C. Il Montefalco Sagrantino passito, da servire a 12 gradi, è ottimo da degustare con i dolci tipici. Classico vino da meditazione, si presta ad una lunga conservazione. Angerona non solo nelle speculazioni antiche, ma anche in quelle moderne è stata oggetto di  differenti interpretazioni e se ha appassionato gli autori antichi riguardo alla sua origine cultuale,  ugualmente ha coinvolto gli studiosi del mondo antico, che, da punti di vista spesso molto diversi, hanno cercato di studiarne la complessità: una divinità infera, legata al mondo sotterraneo e ai morti  d’origine etrusca ; personificazione romana della concentrazione e del silenzio quale mezzo di raggiungimento della pace interiore, motivo di origine indoeuropea; divinità dell’indecisione e dell’oscillazione tra la stagione del buio e della luce; dea celeste o dea della fertilità della terra; divinità silente protettrice di Roma. Angerona  era un’antica  divinità presente anche nei culti  della Roma Antica, ma  le origini di questa dea si pensa fossero  anche indoeuropee.  Era la Dea del silenzio, protettrice degli amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, del dolore e della tristezza, viene rappresentata con l’indice della mano destra sulle labbra chiuse. Ad Angerona spettava il compito di tenere segreto il nome della città, non consentendo ai nemici di conquistarla oltreché di presiedere un periodo dell’anno delicato come era il solstizio d’inverno. Non aveva templi particolari dadicati, ma solo una statua nel tempio della dea Volupia, con cui, alcune  volte è stata confusa. La dea veniva associata ad altre divinità, tra le quali: Opis dea romana della fertilità, dell’abbondanza e della gravidanza; Muta dea dei campi e soprattutto silenziosa anche lei. La sua festa, definita Angeronalia, veniva celebrata il 21 dicembre e prevedeva una serie di riti sacrificali da compiersi presso il tempio di Volupia. La vera natura di questa divinità non fu ben chiara nemmeno agli antichi scrittori che ne fecero menzione nelle loro opere, probabilmente il  nome deriverebbe “ab angeronando”, ossia dal rivolgersi del sole; Angerona sarebbe stata quindi, con Anna Perenna, una divinità dell’anno nuovo.


Montefalco Rosso Bona Dea

Montefalco Rosso
Montefalco Rosso

  Scheda del vino Montefalco Rosso Bona Dea.

Il Montefalco Rosso è un vino DOC la cui produzione è consentita nell’intero territorio comunale di Montefalco, ed consentita solo in parte in alcuni terreni dei comuni di BevagnaGiano dell’UmbriaGualdo Cattaneo e Castel Ritaldi, nella provincia di Perugia. Gli uvaggi da cui è composto il vino è un mix di Sangiovese (dal 60 al 70%), Sagrantino (dal 10 al 15%), altre uve indigene fino a un massimo del 30% (tipicamente Merlot, o altri vitigni a bacca rossa autorizzati per la provincia di Perugia). Questo vino può essere commercializzato solamente a seguito di un invecchiamento di almeno 18 mesi. Un invecchiamento maggiore origina il Montefalco rosso riserva.

Il Montefalco Rosso  Bona Dea, coltivato dall’azienda agraria Cutini di Gualdo Cattaneo sulle colline delle “Terre Romite”, è un vino dal gusto molto naturale, di buona struttura dalla tannicità gradevole;  il bland  è composto da un 60% di uve di da Sangiovese, 20% da uve di Merlot, un 5% da uve di Cabernet Sauvignon,  e da un 15% di uve da Sagrantino. La produzione massima non  arriva mai a superare gli 80 q ad ettaro, una resa minore per raggiungere un maggior controllo della qualita’, in terreni collinari che si trovano a  400 m s.l.m,  ben esposti alla luce all’aria, anche essi circondati da boschi contigui i terreni aziendali. La raccolta delle uve tutta manuale per il rispetto della qualità, aiuta a scegliere solo i grappoli migliori. Le caratteristiche organolettiche del Montefalco Rosso Bona Dea sono particolari, di colore rosso intenso,  tende al granato man mano che invecchia,  il profumo fresco e fruttato col tempo assume un carattere deciso quasi speziato; la struttura è gradevole, la tannicita’ non esagerata: la gradazione in base alla stagione oscilla tra i 13,5% e i 14,5% vol. Un vino corposo ma non pesante gradevole per un palato raffinato ed  adatto per la degustazione di pietanze saporite, carni arrosto, zuppe piccanti, e formaggi mediamente stagionati.

BONA DEA fu chiamata dagli antichi romani Damia. In origine, questo non fu che un appellativo della dea romana Fauna, che formò, insieme con Faunus, una delle più antiche coppie degli dei indigeti del Lazio . Bona Dea Fauna era stata, come Fauno, una divinità della pastorizia e dei boschi, era anche chiamata, col nome di Fatua una dea che predice l’avvenire. Dal culto di Fauna erano esclusi gli uomini, come dal culto di Fauno erano escluso le donne. Ma sull’epiteto di Bona Dea venne ben presto ad innestarsi il culto di una divinità greca introdotta in Roma dalla Magna Grecia. La dea greca che assunse a Roma il nome di Bona Dea fu Damia, divinità venerata specialmente nell’Argolide, e anche a Egina, a Sparta, e Tera e, in Italia, a Taranto. Anche al culto di Damia, regolato sul tipo dei “misteri”, attendevano soltanto le donne. Da Taranto la dea passò a Roma, come pare, nell’occasione stessa della caduta di quella città in mano dei Romani (272 a. C.); e allora la somiglianza del suo culto, riservato alle donne, con quello di Fauna fu causa dell’identificazione, prima, ed in seguito della sostituzione della nuova figura divina all’antica. La festa di Bona Dea ricorreva una volta all’anno, a una data non fissa, ma sempre al principio di dicembre;  si celebrava di notte, sul modello delle greche παννυχίδες, nella casa di un magistrato cum imperio; ivi convenivano le matrone romane, incaricate di compiere il rito per conto dello stato, pro populo (, insieme con le Vestali e le matres familias dello stato: gli uomini erano rigorosamente esclusi. Al rito presiedeva la moglie del magistrato nella cui casa si allestiva a festa ornandola con tralci di vite, il mirto era vietato,  la matrona era in tal caso la  come sacerdotessa della dea, il nome di damiatrix (Paul., Festi ep., p. 68: dea quoque ipsa Damia et sacerdos eius damiatrix appellabatur). Il rituale e le formule del culto si mantenevano segreti: s’intende così come gli scrittori romani designino di solito tale festa col nome di mysteria.  Come vittima, veniva offerta alla dea una scrofa; nel rito, accompagnato da musica e da danze, protagonista inalarga parte era il vino, il quale però veniva sempre ricordato con falso nome (Macrob., Sat., I, 12, 25: vinum in templum eius non suo nomine soleat inferi, sed vas in quo inditum est mellarium nominetur et vinum lac nuncupetur. La leggenda raccontava che Bona Dea, avendo bevuto di nascosto dal marito Fauno un boccale di vino, ed essendone rimasta inebriata, era stata da lui bastonata a morte con rami di mirto. Un tempio di Bona Dea, il cui ingresso era pure vietato agli uomini, sorse in Roma ai piedi dell’Aventino; restaurato da Livia, se ne celebrava l’anniversario della dedicazione il primo di maggio. In questo tempio, la dea assunse anche il nuovo aspetto, appartenente pur esso alla greca Damia, di divinità salutifera. In tale significazione, il culto di Bona Dea andò sempre più diffondendosi, nel periodo dell’impero: una piccola farmacia era annessa al suo tempio, e le donne ricorrevano volentieri all’ aiuto della divinità e al consiglio di speciali collegi di sacerdotesse addette ai templi stessi e alle loro farmacie.


 Umbria IGT  Rosso Cubra Mater

Umbria Rosso IGT
Umbria Rosso IGT

Scheda del vino Cubra Mater Umbria Rosso

Il Cubra Mater è un vino di grande effetto, prodotto con uve di Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot, ed altre uve che vengono coltivate ad un’altezza di 400 mt sul livello del mare tutte esposte a sud. In seguito ad una accuratissima selezione manuale e vinificazione secondo metodi tradizionali, il vino prodotto viene affinato per circa sei mesi. Questo prodotto è caratterizzato da aromi delicati quali profumi di more e lamponi a sottolineare i luoghi dove esso è prodotto circondati da boschi di macchia mediterranea i quali contribuiscono a dare carattere particolare ad una blend unico nel suo genere. Il colore di questo vino è di rosso intenso, il gusto armonico e corposo, e quindi può accompagnarsi durante la degustazione a cibi saporiti quali formaggi stagionati e carni rossi e cacciagione. La temperatura ideale per essere servito è tra i 18°/20°.

Cubra Mater, “Dea Madre” legata alle acque fecondatrici, corrispondeva a Bona Dea ed era venerata in tutta Italia. Pensate ai toponimi marchigiani Cupramontana, Cupra Marittima, Poggio Cupro, a Roma il Vicus Cyprius (contrada di Cupra), Cupralia (festa di Cupra e nome di un terreno detto anche ad Capreae Paludes), Marte Cyprio “di Cupra” a Gubbio, Cubra Mater a Fossato, Cupra Mater a Colfiorito, Ma(tri) Kupri a Capestrano (Abruzzo), Cup(a)ra in Sicilia. Ma la si può ritrovare anche nel nome latinizzato di Bona a Pollenza (Macerata), dove la chiesa di S. Maria di Rambone fu costruita su un tempio legato al culto delle acque feconde: il top. Rambone deriva da*aram Bonae “l’altare di Bona”. L’etimologia di Cupra è la stessa di Cibele (che in Umbria era particolarmente venerata a Sarsina), dall’indeuropeo *kupa “cavità”, “pozzo”, “grotta”.

La voce dialettale umbra cupa “concavità del terreno” in latino è cupa, botte, tino, cuppa, coppa.

In greco kupē, buco, in sanscrito kupas, buco, pozzo. E in antico nordico hùfr, scafo, che in lituano diventa kuprà, gobba e in frigio kupapas, grotta, montagna. E poi Kubile, Kybele, Kybebe ‘Cibele’, la divinità luvia Kupapa, l’anatolica e cipriota Kubaba e l’ittita Kupapas o Kubabas, identificata con Afrodite Cypria, legata al culto della prostituzione sacra. Cibele era inizialmente una divinità frigia corrispondente a Grandi Madri come Rhea, Demetra, Tellus, Cerere, Venere o Fortuna. Figlia di Urano e Gaia e moglie di Saturno/Chronos; a Roma fu accolta ufficialmente nel 204 a.C. come Magna Mater Deum Idaea e festeggiata nei Ludi Megalenses dal 4 al 10 aprile. Era la Terra Madre protettrice della natura, della vegetazione e dell’agricoltura, tanto che in un’iscrizione era chiamata Cereria. In Anatolia, a Pessinunte, era venerata sotto forma di una pietra nera (forse di origine meteorica), che ricorda la pietra nera venerata dagli Arabi alla Mecca. Va confrontata anche con la Kuberadell’antica India, capo degli spiriti della notte e dio della ricchezza. Ma il nome “Cupra la Buona” va anche in direzione della radice *keup-, *kup- volere, desiderare (sabino cuprum, buono, desiderabile). In latino è cupio, desidero, Cupidus, Eros. In sanscrito kùpyati vuol dire desiderare intensamente.




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